Referendum Trivelle: 17 aprile 2016

Lo scorso 11 febbraio, il Governo italiano ha “approvato il decreto per l’indizione del referendum popolare relativo all’abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro dodici miglia marine hanno durata pari alla vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. La consultazione si terrà il 17 aprile 2016.”¹
Per fare un po’ di chiarezza sulla vicenda, e soprattutto per dare uno strumento utile ai nostri lettori per orientarsi in visione del suddetto referendum, si è voluto andare alla ricerca di informazioni a riguardo.

Per una maggior chiarezza dei punti di vista, delle questioni emerse e delle relative problematiche, e in modo tale che ognuno possa cercare velocemente la parte che gli interessa maggiormente, ho diviso l’articolo in 5 sezioni:

–          Dati sul referendum (quando, perché, da chi è stato voluto);

–          Problematiche sul fronte ambientale e politico;

–          Opposizioni al referendum (perché, petizioni e lettere);

–          Informazioni generali sulle trivellazioni in Italia (dove sono e da quanto ci sono, quali le imprese coinvolte);

–          Stato attuale delle cose;

Nella trattazione di questi punti utilizzerò le notizie disponibili sul web, con particolare attenzione nella scelta delle fonti di carattere scientifico.

Dati sul referendum

1.1 Inizio dell’iter e parti proponenti.

Nel settembre del 2015 Possibile, un movimento politico fondato dal parlamentare Giuseppe Civati dopo essere uscito dal Partito Democratico, aveva promosso la raccolta firme degli elettori a sostegno della presentazione di otto referendum, due dei quali avevano a che fare con la ricerca e l’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e su terraferma, cioè con le trivellazioni. Le 500 mila firme non erano state però raggiunte. Poco dopo – anche grazie alla pressione esercitata da 200 associazioni, comitati e movimenti – dieci consigli regionali avevano deciso di presentare a loro volta sei quesiti referendari, ai quali il 27 novembre la Cassazione aveva dato il via libera. I referendum erano stati promossi inizialmente da dieci regioni: Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. L’Abruzzo si è poi ritirato.

Il governo Renzi era intervenuto allora con una serie di modifiche nella legge di stabilità, che avevano in parte a che fare con i quesiti stessi. La Cassazione aveva dovuto quindi valutare di nuovo i referendum e l’8 gennaio, viste le modifiche introdotte dalla legge di Stabilità, aveva accantonato cinque quesiti. La Cassazione aveva però ritenuto che la modifica del Parlamento sulla durata delle concessioni non avesse recepito completamente la richiesta referendaria e aveva dichiarato che il sesto quesito continuava a mantenere i requisiti necessari per la presentazione. Lo aveva rinviato alla Corte Costituzionale che il 19 gennaio lo ha dichiarato ammissibile.

Su due dei cinque quesiti che la Cassazione ha dichiarato “decaduti” dopo gli interventi del governo nella legge di stabilità, sei regioni hanno deciso di presentare un conflitto di attribuzione: Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania. Si tratta in questo caso dei referendum che riguardano il “Piano delle Aree” e le proroghe dei titoli.

Il Piano delle Aree era stato introdotto dal decreto cosiddetto “Sblocca Italia”: obbligava il governo e le regioni a definire quali fossero le aree in cui era possibile avviare dei progetti di trivellazione tenendo conto della diversità dei territori, delle aree a rischio sismico e così via. Si trattava di uno strumento di pianificazione e razionalizzazione che prevedeva la partecipazione attiva delle regioni. Uno dei quesiti dei referendum ribadiva che le regioni dovevano partecipare in modo attivo alla sua stesura e chiedeva che fino a quando il Piano non fosse stato elaborato non si potessero rilasciare nuovi permessi. Il Piano è però stato abrogato dal governo nella legge di stabilità, facendo decadere automaticamente anche il quesito che lo riguardava.

I promotori del referendum sostengono che l’azione del governo sia servita ad aggirare la questione e hanno sollevato dunque un conflitto di attribuzione. La Cassazione, dicono, ha fatto decadere il quesito invece di sollevare una questione di costituzionalità e il parlamento ha violato l’attribuzione che la Costituzione all’articolo 75 assegna al comitato promotore. La modifica della legge di stabilità doveva essere conforme alla richiesta del referendum: l’obiettivo non è stato raggiunto e viene dunque richiesto il ripristino della norma dello Sblocca Italia per poterne abrogare realmente una parte.

L’altro quesito riguarda le proroghe dei titoli. Lo Sblocca Italia aveva introdotto il “titolo concessorio unico”, che andava a sostituire le vecchie forme di permessi e concessioni per le trivellazioni rilasciate alle società petrolifere. Il titolo concessorio unico prevede che alla società petrolifera fosse concesso di fare ricerca e estrazione con un’unica richiesta, per procedere più velocemente. Le vecchie concessioni separavano invece il permesso di ricerca dal permesso di estrazione, che poteva avere una durata di trent’anni con possibilità di proroga di altri venti, arrivando a cinquant’anni in totale.

Il quesito referendario chiedeva che venisse stabilita una durata limitata del titolo concessorio unico, fissandola a trent’anni al massimo e senza possibilità di proroghe. La legge di stabilità ha modificato in questo senso la norma accogliendo il limite temporale del titolo concessorio unico ma ha contemporaneamente reintrodotto la vecchia forma di concessioni che prevede delle proroghe, senza estendere dunque anche a questa vecchia formula un limite temporale. Attualmente una società petrolifera può fare una scelta tra due possibilità: il titolo concessorio unico, che le concede trent’anni di tempo, o le vecchie concessioni che le concedono – con le proroghe – cinquant’anni.

I promotori dei referendum hanno anche in questo caso sollevato un conflitto di attribuzione sostenendo che il governo ha eluso la questione per far tornare in vigore la vecchia norma. Il conflitto consisterebbe nel fatto che spetta ai promotori sottoporre agli elettori la loro richiesta e non al parlamento modificarla in modo da aggirare il quesito stesso.

Se venisse stabilito che c’è stato effettivamente un conflitto di attribuzione sarebbero annullate le modifiche legislative introdotte con la legge di stabilità; tornerebbero in vigore le vecchie norme dello Sblocca Italia e due dei referendum “decaduti” dovrebbero tornare ad essere validi. L’obiettivo dei promotori del referendum è quindi far votare tre quesiti e non uno solo.²

Il 17 aprile si voterà quindi per decidere se abrogare o meno l’articolo 6, comma 17, del codice dell’Ambiente che regola la durata delle autorizzazioni alle esplorazioni (ed estrazioni) già rilasciate. In breve, Regioni e i No Triv chiedono di limitare la durata delle concessioni esistenti prima di aver esaurito le riserve naturali di gas e petrolio.³

1.2 Decreto di approvazione del referendum (11 febbraio 2016).

“Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione del referendum popolare relativo all’abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro dodici miglia marine hanno durata pari alla vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. La consultazione si terrà il 17 aprile 2016.”4

1.3 Quesito referendario e conseguenze.

In sostanza ci verrà chiesto: volete voi che, quando scadranno le concessioni nelle acque territoriali italiane, quei giacimenti vengano fermati anche se sotto c’è ancora gas o petrolio? Se passerà il “sì”, quando scadranno le concessioni verranno bloccati diversi investimenti fra i quali spiccano tre grandi giacimenti già attivi per i quali sono allo studio i potenziamenti. Si tratta del giacimento Guendalina (Eni) nel Medio Adriatico, del giacimento Gospo (Edison) davanti all’Abruzzo e del giacimento Vega (Edison) al largo di Ragusa. Una vittoria dei “sì” potrebbe allontanare il rischio di incidenti rilevanti nei mari italiani, già inquinati dai depuratori rotti dall’Abruzzo in giù. Il rischio di incidenti nelle 106 piattaforme presenti da decenni nei mari italiani è remoto ma esiste e può avere effetti terribili. Una vittoria dei “sì” potrebbe produrre ricadute negative su un “made in Italy” avanzatissimo e altamente tecnologico nel mondo: il polo di Ravenna, con decine di imprese italiane e migliaia di persone, è leader nel mondo nelle perforazioni sia per tecnologia sia per qualità ambientale. Oltre a quelle che hanno già chiuso, lasciando senza lavoro centinaia di persone, il nuovo stop potrebbe far perdere all’Italia questa leadership di qualità e di tecnologia. Se passerà il “no”, quando scadranno le concessioni le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività e, ottenute le autorizzazioni in base alla Valutazione di impatto ambientale, potranno investire in rinnovamento degli impianti, aggiornare le tecnologie produttive e di sicurezza ambientale, e aumentare la produzione di metano o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento.5

Problematiche sul fronte ambientale e politico

2.1 Fronte Ambientale.

Lo sfruttamento di risorse interne crea posti di lavoro, investimenti e gettito fiscale. Anzitutto, l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro, inoltre, le possibili produzioni italiane cui dare mano libera sarebbero vantaggiose (aldilà degli aspetti fiscali) solo se si tengono sotto stretto controllo i costi, e quindi si limita l’assunzione di personale. Infine, gran parte dei siti produttivi si controllano con poche persone, in molti casi da postazioni remote. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, quindi, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25.000): forse il numero sarebbe di poche migliaia.

È vero, invece, che gli investimenti richiesti sono nell’ordine dei miliardi di euro. Ma è pur vero che quegli investimenti non hanno il potere di generare l’effetto di trascinamento proprio di altri settori dell’industria, poiché si concentrano nell’esplorazione e nello sviluppo di un giacimento.

Quanto al gettito fiscale, è indubbio che ci sarebbe, ma anch’esso di portata ridotta, considerati gli alti costi necessari a sostenere piccole attività di produzione.6

Dal punto di vista della sicurezza energetica, almeno nel caso del petrolio ha poco senso affannarsi nello sfruttamento di risorse interne poiché il mercato internazionale è aperto e ricco di fornitori e si può tranquillamente coprire il fabbisogno interno con importazioni. Diverso è il caso del gas, dove il mercato è in mano a pochi fornitori – Russia in testa – le cui forniture possono venire a mancare in momenti delicati. In questo caso, meglio sarebbe poter disporre di una riserva strategica del gas europeo, cioè di gas acquistato e stoccato in giacimenti esauriti e pronto per essere utilizzato in caso di emergenza. È giusto auspicare ad un futuro senza trivelle? È vero che la transizione verso nuove forme di energia è già cominciata, ma per lungo tempo ancora non potremmo fare a meno di petrolio e gas, l’energia ottenuta da fonti rinnovabili, in Italia, riguarda la sola energia elettrica (che rappresenta un terzo dell’energia primaria che consumiamo), idroelettrica (sul quale l’Italia ha fatto quasi tutto quello che si poteva fare), energia solare ed eolica. Ad oggi comunque non sono ancora sufficienti a soddisfare l’intero fabbisogno energetico nazionale (non riuscendo ad intaccare la parte dei consumi legata ai trasporti, al riscaldamento e alle grandi attività industriali).7

(Per informazioni sull’autore dell’articolo: Leonardo Maugeri)

Quanta disponibilità di combustibili fossili c’è in Italia e di che qualità è.
Quantità. Secondo i dati forniti dal MISE, nel rapporto “La situazione energetica nazionale 2014”, in questo anno, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto quasi il 10% del consumo totale nazionale. I nostri giacimenti hanno prodotto 7.286 milioni di metri cubi di gas (e di questi, 4.863 milioni, pari al 67%, in mare) e 5,75 milioni di tonnellate di petrolio (di cui solo 0,75 milioni in mare).8

Assomineraria prefigurava 80 nuovi progetti da avviare nell’arco di 4 o 5 anni e un investimento pari a 17 miliardi di euro per mettere in produzione le riserve già scoperte, attuare piani di ricerca per identificare nuovi siti e promuovere impianti per lo stoccaggio in giacimenti esauriti di gas naturale. Effetti? Raddoppio della produzione nazionale di idrocarburi – secondo l’Associazione – nel giro di 5-7 anni e prolungamento delle riserve domestiche fino almeno al 2050. Ricadute importanti nei territori locali interessati dalle trivellazioni in termini di occupazione (100mila unità lavorative impiegate negli impianti) e gettito delle royalties [ossia la percentuale che le compagnie petrolifere devono versare allo Stato, nota mia] sull’estrazione e la raffinazione (stimato in 60 miliardi di euro). Riduzione, infine, del 10% del fabbisogno estero di energia e un calo delle bollette energetiche di oltre 200 miliardi di euro in 20 anni. In altri termini, trivellare è considerata la via per il risanamento dell’enorme debito pubblico dell’economia italiana. «Non è soltanto un’opportunità, è un dovere», aveva dichiarato in un’intervista il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli. Come scrive Luca Pardi, presidente di Aspo Italia (Associazione per il Picco del Petrolio) e autore del libro “Il paese degli elefanti”, «attingere a una risorsa petrolifera non è come attingere dalla scorta di vino in cantina. Le riserve italiane di idrocarburi sono molto limitate rispetto ai consumi. Nel caso più ottimistico, cioè prendendo la somma di riserve certe, probabili e possibili si arriva a qualche anno dei consumi attuali. Ma se si considerano solo le risorse certe, cioè quelle per cui si stima una probabilità del 90% che possano essere estratte, la loro “durata” si riduce a pochi mesi sia per il gas che per il petrolio». Inoltre, scrive sempre il presidente di Aspo Italia in un articolo pubblicato sulla rivista Sapere, valutando la quantità di riserve probabili e certe presenti in Italia (secondo le stime del Ministero dello Sviluppo Economico, pari a 177,90 Mt), gli anni necessari per raddoppiare la produzione e portarla da 6 a 12 milioni di tonnellate annue, la durata del periodo per cui si pensa che la produzione possa rimanere costante e il suo tasso di declino, potremmo garantire il raddoppio della produzione di idrocarburi solo per i prossimi cinque anni (dal 2016 al 2020). Tutte le altre stime presuppongono riserve cumulative superiori a quelle presenti.9

Attualmente le risorse italiane verificate ammontano a 84,8 milioni di tonnellate di petrolio e 53.713 milioni di standard metri cubi di gas naturale. Tuttavia si stima che il sottosuolo italiano possa ospitare circa 700 milioni di tonnellate di petrolio e metano, la maggior parte dei quali si troverebbe in Sud Italia e in Sicilia.10

Qualità. Nel mondo sono prodotti, infatti, diversi tipi di petrolio. A distinguerli sono principalmente due caratteristiche: la densità e la percentuale di zolfo. La prima si valuta in gradi API (sigla dell’American Petroleum Institute, organizzazione che coordina e promuove l’industria petrolifera statunitense, che misura il peso specifico rispetto all’acqua di una miscela idrocarburica liquida. Meno il petrolio è denso, più è alto il valore dell’API. Convenzionalmente un greggio si definisce pesante per valori minori di 25° API (ossia densità relative maggiori di 0,90), leggero per valori maggiori di 40° API (ossia densità relative minori di 0,83). I petroli leggeri e dolci (vale a dire con poco zolfo) sono più costosi di quelli pesanti o molto solforosi perché sono più pregiati, possono essere più facilmente lavorati per produrre benzina e diesel, la loro raffinazione è meno sofisticata. […]Per quanto riguarda quello estratto nel mar Adriatico, come si legge su Petrolioegas.it, è scadente (pari a 9 gradi API), mentre, secondo le analisi presentate nel documento dell’Eni “World Oil and Gas Review 2014”, il petrolio della Val D’Agri, pur essendo tra i più leggeri, è ricco di zolfo, e quindi non di buona qualità perché soggetto a procedimenti più complessi, lunghi e costosi di raffinazione e smaltimento delle sostanze nocive. Il che comporta un valore di mercato basso.11

Idrocarburi non convenzionali (“shale”). «Io ho lavorato nell’industria petrolifera» dice il geologo Mario Tozzi. «E c’ero anch’io quando in Basilicata è stata tirata fuori la prima “carota” con il greggio. I danni ambientali sono risultati subito evidenti».

Poi c’è il capitolo degli idrocarburi non convenzionali, i cosiddetti «shale», cioè da scisto, che in realtà possono essere contenuti anche in argille, ma non solo; per esempio è «non convenzionale» anche il metano che ristagna nei giacimenti di carbone, cioè il famigerato e temuto grisù che rischia sempre di far esplodere le miniere. Se ne trova in Toscana e in Sardegna, ma sullo sfruttamento del grisù, che pure è stato ipotizzato, anche Davide Tabarelli è scettico: «Spero che non se ne faccia niente». Invece Giulio Sapelli (ex Eni) sottolinea i pochi danni che fa all’ambiente lo «shale» quando si tratta di petrolio: «Si tratta solo di trivellare orizzontalmente, con dei robottini, i pozzi già trivellati verticalmente e considerati esauriti. I robot vanno a scovare il greggio che si era depositato diversamente e quindi non era stato raccolto al primo passaggio». Più problemi invece per lo «shale gas», che va estratto con una tecnica di frantumazione delle rocce con getti d’acqua e additivi chimici inquinanti. I tecnici dicono che l’impatto ambientale si può gestire, come si fa negli Stati Uniti (peraltro con polemiche) mentre l’Europa è frenata dai divieti. Tabarelli sottolinea che «persino dalla Polonia, lo Stato europeo più promettente per lo shale gas, l’Exxon, l’Eni e altre compagnie se ne sono già andate».  Massimo Siano, di Etf Securities, sull’Europa non è ottimista: «In America gli idrocarburi “shale” non sono stati sviluppati dalle grandi compagnie, ma da operatori che dieci anni fa erano piccoli come Amazon agli esordi, adesso sono molto cresciuti, e fra dieci anni saranno dei giganti. In Europa questo non sta succedendo. E chi farà le infrastrutture per portare lo shale gas dalla Polonia, in concorrenza con le reti degli attuali oligopolisti europei? Nessuno. Quindi noi non avremo le Amazon europee dell’energia. E continuerà a crescere lo spread fra il Brent (il petrolio europeo, più caro) e il Wti americano. Così l’elettricità in Europa costerà di più, e questo frenerà la nostra crescita».12

Danni causati dalla tecnica Airgun. Oltre 122mila chilometri quadrati, corrispondenti all’estensione di tutta Inghilterra, che potranno essere sottoposte ad attività di prospezione e ricerca attraverso indagini sismiche. Il tutto grazie agli 11 recenti decreti per il nulla osta ambientale che riguardano tredici aree marine tra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia, portando così a 52 le istanze di permesso di ricerca e le istanze di prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere nei nostri mari. Ricerche che saranno eseguite con la discussa tecnica dell’airgun il cui fortissimo rumore – ribadiscono sempre più studi scientifici – può provocare danni ed alterazioni comportamentali, talvolta letali,  in specie marine assai diverse, in particolare per i cetacei, fino a chilometri di distanza. In tutti i casi finora censiti – raccolti ora in un dossier da Legambiente – gli studi hanno accertato la connessione tra lo spiaggiamento e le ricerche petrolifere attraverso airgun attive nell’area. Senza calcolare i danni economici alle attività di pesca.13

Approfondimento su petrolio e gas naturale come fonti di energia e problematiche connesse. Dal 1965 ad oggi il consumo di petrolio è aumentato del 275%. Nel solo 2007 sono stati utilizzati 31 miliardi di barili di petrolio (un barile corrisponde a circa 160 litri), il 70% dei quali sono stati impiegati nella produzione di carburanti, fondamentali per i settori dei trasporti e della produzione di energia elettrica. Dal greggio, infatti, dipende il 96% dei mezzi di trasporto e il 36% (in potenza fornita) delle centrali elettriche. Se poi, oltre al petrolio, includiamo anche altre fonti fossili non rinnovabili, quali gas naturale e carbone, la quota sale all’89% nel caso della produzione di energia. […] Bruciando carbone e petrolio, l’uomo ha modificato pesantemente la composizione dell’atmosfera, aumentando la concentrazione di anidride carbonica e provocando quindi un riscaldamento del pianeta che, al giorno d’oggi, è quantificabile in 0.7 gradi centigradi. Se bruciassimo tutto il petrolio attualmente disponibile nei giacimenti, scalderemmo la terra di oltre 5 gradi (fonte: Rapporto Stern), causando lo scioglimento completo dell’artico, l’innalzamento del livello del mare di diversi metri (che porterebbe la completa sommersione di zone urbane gigantesche come New York), l’estinzione di oltre il 50% di tutte le specie presenti in natura e molto altro.14

Rapporto Stern, commissionato nel 2006 dal Governo inglese all’economista Sir Nicholas Stern, ex capo economista della Banca Mondiale.

2.2 Fronte Politico.

Spreco di soldi per la non congiunzione del referendum con le elezioni amministrative. Mentre il referendum è fissato per il 17 aprile, la data delle elezioni amministrative non è ancora certa e il periodo in cui avverrà sarà tra aprile e giugno. “Il governo ha evidentemente così tanta paura di quello che pensano i cittadini italiani che, pur di far mancare il quorum fissato per il referendum, è disposto a buttare via 300 milioni di euro”, ha commentato Dante Caserta, vicepresidente del Wwf Italia.15

Democrazia e partecipazione. “Per favorire e salvaguardare la democrazia e la partecipazione, che dovrebbero caratterizzare un voto popolare, quale quello di un referendum abrogativo, per di più su un tema così importante che riguarda la tutela dell’ambiente e lo sviluppo energetico ed economico del nostro Paese. Stabilire di andare al voto in tempi così ravvicinati di certo non permetterebbe di condurre un’adeguata campagna referendaria e di conseguenza non consentirebbe che gli elettori siano adeguatamente informati sul referendum. […] L’iter dei quesiti referendari: «Dinanzi alla Corte Costituzionale pendono conflitti di attribuzione per altri due quesiti sullo stesso argomento su cui, qualora il giudizio della Corte dovesse essere positivo, si potrebbe votare in un’unica data. Diversamente vorrebbe dire che nel 2016 gli italiani potrebbero essere chiamati alle urne fino a cinque volte: per i due referendum abrogativi sulla questione trivellazioni (ad aprile sul primo quesito ed eventualmente, in seguito alla decisione della Corte Costituzionale, per gli altri due), per le elezioni amministrative (primo turno e ballottaggio) e in autunno per il referendum costituzionale. Una simile concentrazione di tornate elettorali determinerebbe un notevole dispendio di risorse, ingenerando, peraltro confusione negli elettori”.16

La scelta del 17 aprile, infatti, è quella che lascia poco margine alle Regioni e ai No Triv per informare adeguatamente i cittadini sui contenuti della campagna referendaria, ma soprattutto è lontana dal 6 giugno, data del primo turno di elezioni amministrative.17

Si è aggiunto che il mantenimento di due diverse date sarebbe giustificato dal fatto che mentre il referendum popolare interessa tutto il corpo elettorale, le elezioni amministrative interesserebbero solo parte del corpo elettorale, votandosi solo in 1.342 Comuni. Ricordo, però, che nel 2009 il referendum sulla legge elettorale è stato accorpato con il ballottaggio alle elezioni amministrative: ballottaggio che, com’è noto non riguarda tutti i Comuni che vanno al voto (applicandosi, nei fatti, solo ai Comuni che abbiano più di 15.000 abitanti) e che in ogni caso interessa solo quei Comuni per i quali nessuno dei candidati abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validamente espressi.18

Disoccupazione. “L’Emilia Romagna estrae il 50% del gas prodotto in mare su tutto il territorio nazionale grazie a 60 piattaforme offshore e per questo migliaia di lavoratori sono occupati nel settore delle estrazioni di idrocarburi – afferma Gianni Bessi, consigliere regionale Pd della regione Emilia Romagna – Per la mia terra questo referendum, avrebbe conseguenze devastanti”. E le conseguenze stanno principalmente nell’occupazione: “Nel giugno 2015, 6.700 persone erano occupate nel settore estrattivo per un fatturato di circa 2 miliardi di euro. Negli ultimi 6 mesi se ne sono persi quasi 900. E se vincerà la logica dei No-Triv, nel 2016, altri 2.500 lavoratori si ritroveranno a spasso”. “L’estrazione di gas e metano nell’Emilia Romagna – afferma Bessi – sono iniziate negli anni ’60 arrivando a metanizzare quasi al 100% della pianura Padana, riducendo così i rischi di trasporto e le bollette dei consumatori. Negli stessi anni, nella mia regione, si è concretizzato il distretto turistico, polo attrattivo per tutta Europa… dimostrazione che il conflitto trivellazioni-turismo non esiste”.19

Opposizioni al referendum

3.1 Opposizione del fronte No Triv con Greenpeace, Arci, Legambiente, UDU, WWF, ed altre associazioni e cooperative per i seguenti motivi.

– l’Election Day è assolutamente necessario al fine di risparmiare 360 milioni di euro;

– dinanzi alla Corte costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione e, qualora il giudizio della Corte dovesse essere positivo, il referendum potrebbe svolgersi su tre quesiti e non solo su uno; diversamente vorrebbe dire che nel 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne ben cinque volte: per i due referendum abrogativi (1+2), per le elezioni amministrative (+ballottaggio) e per il referendum costituzionale;

– la decisione del Governo costituisce uno schiaffo alla democrazia, in quanto, stabilendo che si vada al voto in tempi così ravvicinati, non consente che gli elettori siano adeguatamente informati sul referendum;

– al di là del voto che gli italiani potrebbero esprimere sul quesito referendario, la decisione assunta ieri [11 febbraio 2016, nota mia] contiene in sé un chiaro obiettivo: il boicottaggio del referendum, e cioè il non raggiungimento del quorum.20

3.2 Lettera aperta del prof. Balzani (professore emerito di chimica presso l’Università di Bologna) e del mondo scientifico sulle trivellazioni.

Questa lettera vuole sensibilizzare all’uso di combustibili fossili, ai pericoli della loro estrazioni e alle recenti normative emerse da convenzioni e trattati quali COP21, Pacchetto Clima 20 20 20 ed Energy Roadmap.

“La Strategia Energetica Nazionale, che il Governo ha ereditato da quelli precedenti, non segue la strada della transizione energetica. In particolare, col decreto Sblocca Italia il Governo ha facilitato e addirittura incoraggiato le attività di estrazione delle residue, marginali riserve  di petrolio e gas in aree densamente popolate come l’Emilia-Romagna, in zone dove sono presenti città di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come Venezia e Ravenna, lungo tutta la costa del mare Adriatico dal Veneto al Gargano, le regioni del centro-sud e gran parte della Sicilia. Tutto ciò in contrasto con le affermazioni fatte in sedi internazionali di voler ridurre le emissioni di gas serra e, cosa ancor più grave, senza considerare che le attività di trivellazione ed estrazione ostacolano e, in caso di incidenti, potrebbero addirittura compromettere un’enorme fonte di ricchezza certa per l’economia nazionale: il turismo. […] Ribadiamo che l’unica via percorribile per stimolare una reale innovazione nelle aziende, sostenere l’economia e l’occupazione, diminuire l’inquinamento, evitare futuri aumenti del costo dell’energia,  ridurre la dipendenza energetica dell’Italia da altri Paesi, ottemperare alle direttive europee concernenti la produzione di gas serra e custodire l’incalcolabile valore paesaggistico delle nostre terre e dei nostri mari consiste nella rinuncia definitiva ad estrarre le nostre esigue riserve di combustibili fossili e in un intenso impegno verso efficienza, risparmio energetico e sviluppo delle energie rinnovabili e della green economy.”21

Informazioni generali sulle trivellazioni in Italia

4.1 Quali zone d’Italia ne sarebbero interessate.

Le aree più ricche di idrocarburi nel nostro paese sono l’Alto Adriatico e la Pianura Padana (gas e olio), il Bacino di Pescara (olio e gas), l’Adriatico meridionale (olio e gas), l’Appennino meridionale (olio), la Fossa Bradanica in Puglia (gas e olio), l’offshore calabro (gas), la Sicilia centrale (gas), il Bacino Pelagico (olio). In particolare la Val d’Agri (Potenza) e l’area di Villafortuna-Trecate (Novara) costituiscono giacimenti petroliferi storici. Oltre che in Basilicata, dove si estrae oltre il 70% del petrolio nazionale, le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte, la Sicilia e la Toscana (con i giacimenti nelle aree di Grosseto e Pisa). […] Nell’offshore italiano (cioè le piattaforme in mare) al 31 dicembre 2014 erano presenti 724 pozzi attivi dei quali 361 in produzione (305 produttivi a gas e 56 produttivi ad olio), 349 potenzialmente produttivi ma non eroganti e 14 utilizzati per monitoraggio e altri scopi. Di questi, 305 sono pozzi produttivi a gas e solo 56 a olio.22

mappa trivelle

Fonte

4.3 Quali compagnie petrolifere.

Petroceltic (Irlandese), a cui, lo scorso 22 dicembre, il Ministero dello Sviluppo Economico ha dato il permesso di ricerca idrocarburi al largo delle Isole Tremite, nei pressi del parco naturale del Gargano.23
(sito italiano);
(sito ufficiale).

TGS Nopec (Norvegese), per interventi tramite tecnica Airgun.

Piattaforme e pozzi petroliferi attivi

Società Zona marina Titolo Piattaforma – pozzi produttivi Produzione 2014 (tonnellate) Produzione Gennaio – Aprile 2015 (tonnellate)
ENI Mar Adriatico meridionale di fronte a Brindisi F.C2.AG Aquila 2 e 3

2 pozzi

227.430 75.014

Fonte: Elaborazione Legambiente su dati Unmig – Ministero sviluppo economico (dati aggiornati a fine maggio 2015)

Permessi di ricerca

Società titolata Zona (*) Regione Indicazione Data conferimento kmq
1 NPL F-D Puglia tra Monopoli e Brindisi F.R39.NP 21/06/2007 734,5
2 NPL F-D Puglia fronte Brindisi F.R40.NP 22/06/2007 734,6
Totale (in kmq) 1.469,1

Fonte: Elaborazione Legambiente su dati Unmig – Ministero sviluppo economico (dati aggiornati a fine maggio 2015)

Richieste di permessi di ricerca

Società titolate ID titolo Fase Regione Note ubicazione kmq
1 Northern Petroleum Ltd d 60 F.R-.NP Decisoria Puglia A largo della costa tra Monopoli e Brindisi 741,8
2 Northern Petroleum Ltd d 61 F.R-.NP Decisoria Puglia A largo della costa tra Monopoli e Bari 728,3
3 Northern Petroleum Ltd d 149 D.R-.NP Decisoria Puglia A largo della costa tra Monopoli e Bari 264
4 Northern Petroleum Ltd d 65 F.R-.NP Decisoria Puglia A largo della costa tra Brindisi e Monopoli 729,3
5 Northern Petroleum Ltd d 66 F.R-.NP Decisoria Puglia A largo della costa tra Brindisi e Monopoli 711,6
6 Global Petroleum Limited d80 F.R-.GP Istruttoria Puglia A largo della costa di Bari 744,8
7 Global Petroleum Limited d81 F.R-.GP Istruttoria Puglia A largo della costa di Bari 749,9
8 Global Petroleum Limited d82 F.R-.GP Istruttoria Puglia A largo della costa di Bari 745,7
9 Global Petroleum Limited d83 F.R-.GP Istruttoria Puglia A largo della costa di Monopoli 745,3
Totale (in kmq) 6160,7

Fonte: Elaborazione Legambiente su dati Unmig – Ministero sviluppo economico (dati aggiornati a fine maggio 2015)

Richieste di permessi di prospezione

Società titolate ID titolo Zona Regione Note ubicazione kmq
1 Spectrum Geo Limited d1 F.P-.SP

(parere VIA positivo – 3 giugno 2015)

F Puglia A largo della costa dal Gargano ad Otranto 16.300
3 Petroleum Geoservice Asia Pacific d2 F.P-.PG

(parere VIA positivo – 12 giugno 2015)

F Puglia A largo della costa da Foggia ad Otranto 14.280
Totale (kmq) 30.580

Fonte: Elaborazione Legambiente su dati Unmig – Ministero sviluppo economico (dati aggiornati a fine maggio 2015)

Fonte

Stato attuale delle cose

15 febbraio 2016:
Il Capo dello Stato Sergio Mattarella, con un decreto presidenziale, ha controfirmato l’atto deliberato dal Consiglio dei ministri che indice il referendum sulle trivellazioni per il 17 aprile. La consultazione riguarda «l’abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell’articolo 6 del dlgs n. 152 del 2006, limitatamente alle seguenti parole: «Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale».24

16 febbraio 2016:
La camera di consiglio della Corte Costituzionale dovrà valutare il 9 marzo l’ammissibilità dei due conflitti di attribuzione su altrettanti referendum esclusi dalla Cassazione lo scorso gennaio, relativi alle norme sulle trivellazioni: quello sul piano delle aree per ricerca ed estrazione di idrocarburi e quello sul doppio regime per il rilascio dei titoli. Il giudice relatore sarà Aldo Carosi. Ricordiamo che il conflitto di attribuzione è proposto nei confronti della Cassazione da sei Regioni: Basilicata, Puglia, Liguria, Marche, Sardegna, Veneto.

La questione si intreccia con quella della data per il referendum dell’unico quesito ammesso, quello relativo alla durata delle autorizzazioni di utilizzo dei giacimenti entro le 12 miglia per tutta la durata di vita del giacimento stesso. Il Consiglio del ministri ha già stabilito che si terrà il 17 aprile. Ora il decreto dovrà essere esaminato dal Presidente della Repubblica.

Se il 9 marzo dovesse dichiarare ammissibili i due conflitti, la Corte Costituzionale passerà successivamente alla fase di merito, preceduta dal seguente iter: le Regioni devono notificare alla controparte l’ordinanza di ammissibilità; poi deve pervenire alla cancelleria della Corte la documentazione dell’avvenuta notifica. Ci sono quindi dei tempi tecnici per l’espletamento di tutta la pratica, che potrebbero impattare sulla data del 17 aprile già decisa per il referendum.

Se la Corte Costituzionale accogliesse i ricorsi delle Regioni, rivivrebbero due quesiti referendari in precedenza non ammessi e quindi gli italiani sarebbero chiamati ad esprimersi non solo sulla durata delle trivellazioni in mare, ma quindi anche sul Piano delle aree, ossia lo strumento di pianificazione delle trivellazioni che prevede il coinvolgimento delle Regioni, abolito dal governo con un emendamento alla Legge di Stabilità, oltre che sulla durata dei titoli per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma.
Le Regioni che hanno proposto i conflitti, così come i comitati no-Triv, sostengono che in questo modo non sarebbero assicurati i 45 giorni di campagna elettorale.25

Perché il governo vuole il referendum? 3 febbraio 2016: Il ministro dell’Interno Angelino Alfano: l’election day incontra «difficoltà tecniche non superabili in via amministrativa: ci vuole una legge apposita». Secondo Alfano, la legge che disciplina l’istituto referendario «non contiene espresse previsioni sulla possibilità o meno di abbinamento del referendum abrogativo con le consultazioni elettorali amministrative». E poi ci sono le “difficoltà tecniche”: “mi riferisco – ha detto – Alfano – in particolare, alla diversa composizione degli uffici elettorali, alla ripartizione degli oneri e all’ordine di successione delle operazioni di scrutinio”.26

La possibilità di un accorpamento, prevista dalla legge del 2011 che regola l’election day, riguarda solo consultazioni di carattere affine. Vale a dire: referendum con referendum, elezioni con elezioni. Nel 2009, quando ebbe luogo un accorpamento di ballottaggi e referendum, venne approvata una legge ad hoc in precedenza.27

Il referendum anti trivelle spaventa il governo Renzi che ha puntato molto sul decreto cosiddetto Sblocca Italia e le estrazioni di idrocarburi come asset strategico nazionale. Anche se il gas contenuto sotto i nostri fondali marini coprirebbe solo sette settimane di fabbisogno energetico. Non molto, considerando che l’obbiettivo dichiarato è di garantire autonomia energetica al nostro Paese.28

Il decreto Sblocca-Italia aspira anche a essere un decreto Sblocca-Trivelle: come rivelato ieri da La Stampa, toglie alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano. La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale). Si ipotizzano «investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno». Inoltre è atteso un miliardo di euro extra di introiti fiscali annui.29

Con lo Sblocca Italia si sostituiscono le vecchie fasi di prospezione, ricerca e coltivazione con una concessione unica che riveste il carattere di interesse strategico della durata di 30 anni, 10 in più rispetto alla normativa precedente. Semplificando le procedure e allungando i tempi per il quale è possibile esercitare l’attività estrattiva sul territorio perfino con proroghe che potrebbero arrivare fino a 50 anni. Inoltre verrà accentrato il potere autorizzativo per gli iter autorizzativi dei progetti dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente: le Regioni dovranno inviare al Ministero tutte le istruttorie dei titoli vigenti e dei procedimenti in corso. E’ un duro colpo di mano contro le amministrazioni territoriali e locali per favorire le attività delle compagnie petrolifere e compromettere lo sviluppo dell’economie locali del settore agricolo e turistico, fortemente legate alla valorizzazione e alla tutela della bellezza del territorio e del paesaggio.30

 Le compagnie petrolifere che estraggono idrocarburi in Italia devono versare allo Stato delle royalties, ovvero una percentuale sulla base del petrolio o gas estratto. Le royalties sono calcolate sui prezzi medi del mercato del petrolio e del gas e, quindi, sono strettamente legate all’andamento del mercato: se il prezzo del petrolio si abbassa, cala anche il loro gettito. […] Secondo gli studi di Nomisma, il raddoppio di produzione di idrocarburi porterebbe un aumento del gettito delle royalties che consentirebbe allo Stato di incassare circa 1,2 miliardi di euro l’anno per i successivi dieci anni. Denaro fresco per le casse statali e per quelle regioni interessate dalle estrazioni che consentirebbe loro – come si legge in uno dei tanti articoli di questo tenore sul tema – di pagare scuole e ospedali. Tuttavia, il rapporto di Nomisma è già datato e prende in considerazione un periodo in cui il prezzo del petrolio era più alto di quello attuale. Le stime andrebbero, dunque, rielaborate alla luce dell’attuale andamento del mercato del petrolio che, come mostrano le analisi della BP Statistical Review of World Energy 2015, è molto fluttuante e soggetto a congiunture di carattere geo-politico ed economico, alle politiche energetiche adottate ealla qualità del petrolio estratto.31

Normativa vigente in materia 

Luca Carbone

Licenza Creative Commons
Referendum Trivelle: 17 aprile 2016 diLuca Carbone è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://paradisiartificiali2015.wordpress.com/2016/02/19/referendum-trivelle-17-aprile-2016/.

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